«Soffia!»

Il mostro fa parte del nostro immaginario letterario.

Sono del pensiero che tutti i racconti che vale la pena di leggere presentano, in una qualche maniera, una forma di mostruosità: che si tratti di un malessere psicologico o di un assassino seriale o di una bestia titanica di forme fantasiose.

Ma cosa ci affascina del mostro? Perché ne siamo profondamente attratti?

A mio avviso la risposta è molto semplice: il mostro è l’ignoto, qualcosa del quale poco sappiamo e di cui vorremmo saperne di più. Al nominarlo ci si rizzano i peli delle braccia e una strana sensazione di ansia comincia ad albergare i nostri pensieri. Un curioso terrore che dipinge il nostro immaginario con pennellate fantastiche. Non importa quanto sia lunga la storia e quanti eventi secondari ostacolino la nostra meta.

Noi lettori-sognatori desideriamo raggiungere lo sconosciuto a tutti costi.

Il mostro tiene vivo il nostro interesse. Ci lascia col fiato sospeso. Ci tiene svegli la sera fino a quando, fiochi, i raggi del sole ci ricordano che, rapidamente, la notte ha fatto il suo tempo.

Pensiamo a Moby Dick, il capolavoro di Herman Melville.

Sono riuscito finalmente a leggerlo per intero la scorsa estate. Ammetto che i capitolo nei quali Melville descrive le categorie delle balene, la loro fisionomia, il discorso relativo alle imbarcazioni, ai velacci, ai coltellacci, ai ramponieri… è stata dura. Ma ce l’ho fatta! Non ho mollato, stoicamente ho proseguito.

Perché?

Perché sapevo che a un certo punto, fra le righe delle pagine, avrei finalmente incontrato la balena bianca.

Un fascino irresistibile che non può essere spiegato. Come una morsa che ti attanaglia le viscere. C’è il desiderio di scontrarsi con quella creatura, la bestia marina. Leggendo quello che potrebbe essere definito uno dei primi “poemi americani”, il lettore s’imbarca sul Pequod del mistico Achab insieme a Ismail e Quequeg, salpando dalla ventosa Nantucket.

Il viaggio prende rapidamente una piega diversa dagli scopi prefissati: da caccia alle balene diventa percorso di vendetta. Tutto l’equipaggio viene ammaliato dalla storia di Achab. Il fascino oscuro della balena bianca corrode gli animi di tutto il Pequod e così pure noi che sfogliamo queste pagine.

Il mostro ci osserva, si nasconde fra fiotti d’acqua.

Sbuffa, soffia, emerge e si inabissa. È un vedere e non vedere per tutta la durata del romanzo.

È per questo che ne siamo completamente rapiti.

Il mostro ci attende, vuole farsi trovare.

È lui a guidarci di capitolo in capitolo verso la tragedia finale. Aspetta paziente, si svela per un secondo e poi svanisce. Sarà lui a decidere quando è il momento di rivelarsi in un tutta la sua titanica potenza.

Moby Dick è straordinario per questo. Un viaggio infinito, lungo e pesante per certi versi. Esattamente come un’avventura in mare. A volte c’è tempesta e altre volte mera bonaccia. Noi siamo a bordo e ci lasciamo comandare dagli eventi che scuotono il Pequod.

Avanziamo lentissimamente, pianissimo, come un sussurro. Infine ecco, l’esplosione corale della creatura abissale.

L’ignoto è rivelato. Diventa noto. Il mostro ci appare sferzato dalla salsedine, baciato dalla burrasca.

Chiudiamo le pagine con un sorriso quasi nostalgico, peccato che la storia sia già finita. Fortuna vuole che sul mio comodino ho altri mondi da esplorare.

D’altronde, la notte è appena cominciata.

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