Alla ricerca del padre

Quando ci troviamo di fronte alle opere letterarie di un determinato autore dobbiamo tener conto, nella maggior parte dei casi, di quelli che sono i fatti che hanno segnato la sua esistenza per poterle comprendere al meglio. È impossibile infatti trascurare l’impatto che le vicende biografiche di uno scrittore hanno sui suoi lavori. La perdita di un genitore ad esempio, è un evento che ha forti ripercussioni nell’economia di un percorso letterario; basti pensare alle opere del grande poeta Giovanni Pascoli, rimasto orfano di padre in tenera età. L’autore su cui voglio soffermarmi in questo articolo è ingiustamente poco conosciuto ai più, probabilmente anche a causa della sua prematura scomparsa a 39 anni per un incidente domestico. Sto parlando dello scrittore, storico e archeologo torinese Furio Jesi.

La condizione di orfano accompagna il percorso letterario di Furio Jesi durante tutta la sua vita. Il padre Bruno, esponente di una delle famiglie di spicco della comunità ebraica torinese e sottotenente di cavalleria dell’esercito fascista, era deceduto in seguito alle ferite riportate durante la guerra di Etiopia a soli ventisette anni, quando Furio doveva ancora compierne due.

Questa dolorosa perdita lascia delle tracce ben visibili nelle opere letterarie di Furio Jesi. Nel capitolo del saggio Letteratura e mito intitolato Orfani e fanciulli divini ad esempio, Jesi paragona l’uomo moderno ad un orfano che viene abbandonato dal padre così come, nel mito orfico, il piccolo Dioniso era stato lasciato solo dal padre Zeus ed era stato fatto a pezzi dai titani. Jesi in questo saggio si affianca nella sua condizione ad un altro celebre orfano della letteratura italiana citato in precedenza, Giovanni Pascoli. La scomparsa del padre diventa quindi un vero e proprio suo abbandono nei confronti del figlio Furio.

A questo punto Jesi, seguendo le orme di Telemaco ed Enea, inizia, attraverso la sua letteratura, una vera e propria ricerca del padre perduto. Nella raccolta poetica intitolata L’esilio, è presente una poesia intitolata Katabasis in cui Jesi si ispira alla discesa negli inferi di Enea narrata nel canto VI dell’Eneide. Il poeta si avventura nell’oscuro mondo dei morti per incontrare il padre Bruno. Jesi tuttavia non ha più ricordi del volto del genitore, può solo intravederlo nei lineamenti del suo stesso volto guardando la propria immagine riflessa nello specchio. Purtroppo il mondo dei morti di Jesi è un mondo di oblio, il padre non può riconoscere il proprio figlio e quest’ultimo è destinato a vivere la propria vita senza di lui.

L’analisi di queste opere ci mostra il tentativo di Furio Jesi, attraverso la sua letteratura, di sopperire all’assenza del genitore perduto e la sua volontà di riuscire a ristabilire con lui quel contatto che la morte ha interrotto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...